Alessandra Cevasco – Winter Trees of the Plains – Video


CATEGORIA ARTISTICA

Fotografia

VIDEO

La serie Winter Trees of the Plains è stata realizzata da Alessandra Cevasco nelle pianure fra Piemonte e Lombardia. Iniziata nel Dicembre 2014 è stata portata a termine nei successivi mesi di Gennaio e Dicembre 2015.

SCHEDA TECNICA

Ispirandosi a questa lavoro, la filmaker Barbara Sagripanti ha realizzato un inedito video d’autore dall’omonimo titolo Winter Trees of the Plains; della durata di 12’39”, in formato HD.
È disponibile in versione BluRay, nella cartella d’autore realizzata con le opere di Cevasco, e in streaming sulle piattaforme social YouTube e Vimeo, ai rispettivi canali di Grand Tour.

Per info: redazione@grand-touritalia.com

Winter Trees of the Plains – Alessandra Cevasco

“Alessandra Cevasco si è fatta sentinella di un luogo attraverso l’istante di uno scatto, ha definito la sintesi di un’essenza del paesaggio come infinito viaggio verso un altrove ciclico mai del tutto davvero conosciuto. […] – Andrea Gibellini cit.”
Da queste suggestioni trova intuizione Barbara Sagripanti per realizzare il video dedicato all’autrice e al suo lavoro.

APPROFONDIMENTI

Una natura come quella emiliana, simile a tante altre più volte viste, assorbite da quelle del Nord che colorano il nostro paese durante il lungo inverno; questi scatti fotografici di Alessandra Cevasco esprimono un contatto con la natura invernale in una giornata appena percepita dal nero di un distante crepuscolo. Le immagini richiamano luoghi di camminamenti sperduti, di lavoro nei campi, dentro a un territorio preciso quanto, per trasporto interiore, indeterminato. Ed ecco dunque, la suggestione, almeno per me, di rivedere il ciclo di una stagione rarefatto, lì connaturato per sempre, ancora e per sempre adolescenziale nella sua spinta selvaggia. Perchè la forza di questa natura quasi introversa si trasmette trovando un ordine invernale (la neve scomparsa, come le orme degli animali selvatici scomparsi, il semicerchio sulla terra luccicante di trattori andati), stabilendo con la circostanza fotografica una sorta di stato empatico che mai del tutto può spiegare perchè quella data possibilità ha fatto sorgere una frequenza così intensa. Alessandra Cevasco si è fatta sentinella di un luogo attraverso l’istante di uno scatto, ha definito la sintesi di un’essenza del paesaggio come infinito viaggio verso un altrove ciclico mai del tutto davvero conosciuto. Io posso immaginare un girovagare attorno agli alberi spogli, il freddo e la foto come trasmissione appena criptata di un dato, proprio come un alfabeto morse, pulsante, a ricoprire le terre scure dissodate dalle intemperie. Gli alberi invernali attraversati dalle nebbie, coi rami verso il cielo, gli alberi scuri contro lo sfondo di luce, sono l’espressione di un’azione definita in una immagine sensibile. L’oggettività di una sequenza invernale, – nell’impulso di un puntinismo fotografico, come di sequenze impressionistiche, la nebbia avvolge ogni elemento della natura e le altre cose (l’edificio che spunta come un tempio fantasmatico nel mezzo della scena) – rilascia come per soluzione spontanea la certezza di un evento. Lo stesso luogo di ricerca di questo lavoro fotografico (qui è l’oscurità che cerca la luce, una luminosità da dentro tra la superficie della terra e l’atmosfera nebbiosa) è precisato attraverso varie prospettive dove i multipli sguardi ossessivi definiscono la frequenza di un battito musicale; e il modo di percepire la realtà in camera ottica da parte di Alessandra Cevasco si esplicita in un isolamento un poco chimerico all’interno di una situazione evidente di paesaggio: la serie di inquadrature espone la persistenza dell’attimo inserendo l’immagine in un altro emisfero visivo appena spostato dalla realtà. E’ uno dei motivi di come l’impressione fotografica, proprio come nell’esecuzione di un quartetto musicale, riesca qui a cogliere un’atmosfera nel grigio invernale e a comporre suoni come tattili, di terra smossa e d’alberi e foglie allarmati da un vento invisibile.

Andrea Gibellini

Andrea Gibellini (Sassuolo, 1965) ha pubblicato tre libri di poesia: Le ossa di Bering (Nce, 1993), La felicità improvvisa (Jaca Book, 2001, Premio Montale), Le regole del viaggio (Effigie, 2016).
Ha curato un numero della rivista Panta (Bompiani), il libro di saggi sulla poesia L’elastico emotivo (Incontri Editrice) e il saggio Ricercando Auden (Edizioni L’Obliquo).
Sue poesie, e scritti sulla poesia, sono usciti su “Nuovi Argomenti”, “La rivista dei libri”,”Poetry Review”, “Oxford Poetry”.
Le sue poesie sono tradotte in inglese, tedesco, spagnolo, olandese e svedese.

(…) la realtà-verità non sapremo mai che cos’è, possiamo solamente cercarla; essa si richiude in se stessa e si allon- tana nel suo stesso offrirsi, esattamente come quando osserviamo una fotografia.
Italo Calvino

Per chi si occupa di semiotica visuale, come nel mio caso, “leggere” le fotografie di Alessandra Cevasco potrebbe significare entrare nel traffico di quelle obbligazioni teoretiche che, quasi sempre rischiano il limite del metodo, che a sua volta pervade tutto il dentro e tutto il fuori di se stesso.
Cercherò quindi un possibile allontanamento dai chiasmi più ortodossi di quelle scienze che vorrebbero spiegarsi il “darsi a vedere” delle cose. Tenterò un approccio più cauto, dotato della meraviglia del dubbio, diffidente dei sapori cartesiani e dove le parole non si faranno penombra sul “sensibile”.
Le “fotografie” sono restituzioni, oggetti, cose. Segni significanti rappresentati da un concreto rettangolo: superfici, dove l’organizzazione dei sensi per un’istante è andata incontro al puro accadere del mondo e delle cose. Tutto appare, la realtà si mostra attraverso i dilemmi del sensibile fino a raggiungere la forma dell’imma- gine. E quando guardiamo tutto quell’apparire, veniamo sempre accompagnati da un “suono”, da un rumore, da una voce, che risuonano dentro di noi. Forse è così che i paesaggi e le fotografi nel loro silenzio: “parlano”.
Una fotografia racconta sempre di una cosa che era là, che è stata poi afferrata nel movimento complessivo e comprensivo degli indizi. Poi, divenuta immagine e somiglianza-forma, istantaneamente diviene inafferra- bile. La presenza da quel momento in poi consisterà nella sua assenza.
Il fotografo ha visto, ha guardato e ha poi nominato in un intreccio a filo doppio che sa d’incantesimo.
Ecco quindi una fotografia; un luogo della mimesi fatto di linguaggio estetico dove confluiscono significati e significanze.
Alessandra Cevasco, si è trovata ad “andare”, ha cercato quell’essere il e al mondo, si è posta di fronte alla “verità”: l’unica e assoluta, quella della natura. A quella verità appartiene anche lei, come essere metacosmico dotato di trascendimento nell’alterità conflittuale tra senso e ragione.
Lei stessa è il paesaggio. Un luogo-tempo, che si offre alla contemplazione, un’interruzione di flusso e di ritmo destinato ad un’ elevazione spirituale. Una contemplazione sentimentale, una Stimmung che cerca la “parola dell’inizio”, dove la natura è all’interno di una profondità silente e aurorale.
Apparenze, prossimità, lontananza, durata, significati, significanze, interno ed esterno: si dibattono in un tentativo dell’arte, ovvero quello spasmo dell’ illusione di un mondo altro da quello che guardiamo.
Forse un inverno, oppure una primavera, uno stelo reciso, una notte che cede all’alba, un battito di seme nella terra, una misura d’aria che corre e sfugge.
Oppure un respiro che suona le parole a suggerire una strada. Tutto parla come vapore nel cielo, come una pala elementare al vento che spinge le faccende dei mattini umidi dove nascono i significati e le forme della parola d’origine.
E a volte, in tutto quel vuoto di pieni si avverte una mancanza. Non c’è nostalgia, neppure lontananza, stando lì tutto quello che manca.

Danilo Cognigni

Danilo Cognigni è Semiologo dei Linguaggi Figurali.

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