Davide Marino – STILL – Photo Gallery
CATEGORIA ARTISTICA
AUTORE
PHOTO GALLERY
STILL, una ricerca sulla natura morta, è un lavoro realizzato dal fotografo Davide Marino, nell’entroterra di Genova e vicino ad Ottone, in vari periodi, a partire dal 2009 e fino al 2015.
Per la realizzazione di questa photo gallery sono state selezionate 11 immagini. Una di esse, in tiratura limitata di 50, è certificata e con firma autografa, presente nella Cartella d’Autore. Le altre 10 sono edite nell’omonimo volumetto e nelle successive edizioni digitali in formato PDF e iBooK.
L’immagine singola ha le seguenti note tecniche:
Immagine da matrice digitale
TECNICA DI STAMPA: Getto d’inchiostro ai pigmenti
CARTA UTILIZZATA: Hahnemuhle Photo Rag Ultra Smooth 305 gsm cento per cento Cotton White
FORMATO DELLE STAMPE: 16×25 cm
TIRATURA: 50
Tutte le altre immagini, hanno le seguenti note tecniche:
Immagini da matrice digitale
TECNICA DI STAMPA: Getto d’inchiostro ai pigmenti
CARTA UTILIZZATA: Japanese mulberry paper
FORMATO DELLE STAMPE: 18×27 cm
TIRATURA: 15
Per info: redazione@grand-touritalia.com – info@incantations.it
STILL – Davide Marino
STILL, una ricerca sulla natura morta, è un lavoro realizzato dal fotografo Davide Marino, nell’entroterra di Genova e vicino ad Ottone, in vari periodi, a partire dal 2009 e fino al 2015.
La serie completa si compone di 12 immagini. Per la realizzazione della cartella d’autore omonima ne sono state selezionate 11.
APPROFONDIMENTI
Davide Marino, la fotografia come osservazione esistenziale.
Le cose possono evocare, trascinare un pensiero dentro a una condizione immaginativa, ravvivare luoghi della memoria.
Lo sguardo fotografico di Davide Marino cerca, è il suo assetto estetico, una perfezione, ciò che le cose infallibilmente trasportano nel nostro vedere, come uno scienziato teso sul microscopio nell’intuire infinitesimi pianeti di organismi viventi; ma un residuo, quasi uno spavento, affiora sulla pellicola, la rende particolarmente esistenziale, le cose diventano non soltanto entità espositive fatte di sostanza immobile.
Nell’esattezza dello sguardo si compie un lungo richiamo che si è posato perfetto sul loro strato compositivo, su quell’involucro materico che le rende nominabili al di là di ogni apparenza; è l’assolutezza della permanenza, il contatto con il reale degli oggetti e le rifrazioni dei loro colori, la sua metafisica utopia.
Le fotografie di Davide Marino ci fanno risentire quello strappo mnemonico che teneva-mo segreto: ritorna nelle immagini fotografiche, di consistenza documentaria, di Luigi Ghirri nel ripresentare lo studio (quello di via Fondazza, a Bologna) di Giorgio Morandi; negli scatti, sempre di Ghirri, eseguiti nella camera monacale di Morandi a Grizzana, sul crinale dell’Appennino tosco-emiliano: il letto bianco inondato di luce, una fotografia che diventa simile a un dipinto-oggetto di Domenico Gnoli, la mattina splendida che entra dalle finestre appena aperte verso una visione inevitabile.
In questo luogo elettivo Morandi durante le sue estati si rifugiava a scoprire lo sfondo delle colline che prevalevano con qualche albero a formare una macchia informale posata in cima alla luce della natura.
Le sequenze fotografiche di Davide Marino ci dicono quanto può essere significativa una sconfitta da un qualcosa che necessariamente può accadere sulla sommità di un trauma o di un desiderio mai del tutto espresso; sono come un anacronismo lirico, per capacità evocativa, di situazioni passate, un osservare un repertorio d’immagini che la memoria ci sembrava avere rinsaldato una volta per tutte.
E se queste immagini ci fanno ritornare a un incrocio intensificato tra realtà e memoria – ecco la natura riflessa in un pezzetto di paesaggio e altri oggetti, reliquie attivate, simulacri che vogliono uscire dalla stanza, dalle cose stesse – è come ripetere un mantra perpetuo con un legame inevitabile esistente nella memoria; e la non dimenticanza intravista nelle cose, quell’incrinatura esistenziale può dirci molto di più di ogni situazione poetica definita per mezzo di un innesco invariabile, come violento.
Ma adesso qui è silenzio ordinato, luogo dei colori e dell’immaginario: questa è la via per entrare dalla porta oscura e rivelatrice della divina indifferenza.
Andrea Gibellini
Andrea Gibellini (Sassuolo, 1965) ha pubblicato tre libri di poesia: Le ossa di Bering (Nce, 1993), La felicità improvvisa (Jaca Book, 2001, Premio Montale), Le regole del viaggio (Effigie, 2016).
Ha curato un numero della rivista Panta (Bompiani), il libro di saggi sulla poesia L’elastico emotivo (Incontri Editrice) e il saggio Ricercando Auden (Edizioni L’Obliquo).
Sue poesie, e scritti sulla poesia, sono usciti su “Nuovi Argomenti”, “La rivista dei libri”,”Poetry Review”, “Oxford Poetry”.
Le sue poesie sono tradotte in inglese, tedesco, spagnolo, olandese e svedese.
Ai lettori delle fotografie di Davide Marino, occorre raccomandare, prima che s’avvii nella lettura, la virtù della pazienza. Avrà bisogno di pazienza, per osservare, per leggere. Soprattutto dovrà rafforzarsi la sospensione del giudizio. Si osservi il movimento della “narrazione”, si ascolti la voce degli oggetti, come esse si muovono intorno al foglio stampato, oltre la cornice, come esse si muovono oltre, oppure verso gli oggetti continuando a lasciarli. E con quella prolungata attenzione con cui ci si esporrà all’attenzione, si potrà percepire la consapevolezza del precario nesso tra i significati e l’assolutezza degli oggetti raffigurati. Anche se si volesse andare sempre più nel fondo degli oggetti, anche se si tentasse una confidenza con essi, rimarrà sempre l’estraneità che avvertiamo di fronte alle cose che nel loro mutismo sfidano il nostro sguardo.
Come pure una fotografia altro non è se non quello che è, cosa tra le cose, oggetto fatto di materia su cui sono rappresentati alcuni segni.
L’avventura visuale di Marino induce e coinvolge alcune tra le riflessioni che muovono intorno ai limiti delle inflessioni artistiche, su quel che cosa si vorrebbe ancora dalla fotografia.
Consegnando le analisi alle scienze dell’estetica fenomenologica, se ne trarrebbe che nelle esperienze artistiche moderne sono state individuate almeno due tendenze, una rivolta alla celebrazione delle apparenze e l’altra diretta verso l’esperienza della realtà. Nel primo caso, distacco e lontananza caratterizzano un processo di catarsi e di dematerializzazione; nel secondo l’accesso a ciò che appare è legato ad una condizione di presenza e di compromissione. E in entrambe le ipotesi sopravvive una coincidenza di astrattezza e materialità.
Coinvolgendo la fotografia nei discorsi critici, la si potrebbe intendere come un luogo delle forme dove un sovrappiù di reale si materializza in una mancanza di realtà. Sostanzialmente sentimento del tempo e stazione precaria della speranza si dibattono nel gesto della figurazione. Lyotard affermerebbe che si tratta di uno “spazio figurale”, inteso come dinamica energetica…
Dunque la fotografia come arte della realtà, oppure se si preferisce, come una realtà ad arte. Ecco la meravigliosa “messinscena” di Davide Marino che, dopo aver chiamato a raccolta e scelto “cose-oggetti”, offre loro una nuova esistenza, dandogli un altro punto di vista, un altro pensiero.
Esiste una differenza tra le cose e gli oggetti. Le prime sono ciò verso cui si ha un investimento affettivo (possono essere anche persone e ideali), mentre gli oggetti sono semplicemente ciò che si contrappone ai soggetti. La fotografia utilizzata come mezzo di connessione tra esteriorità-interiorità-tempo, ci mostra come gli oggetti parlano, diventano un discorso, “figura” dei soggetti.
La luce atmosferica trascina le forme in un silenzio metafisico dove consiste una leggera vertigine collegata ad una vita precedente e un’apparenza misurata dalla realtà.
Uno spazio costruito che si fa contenitore e contenuto. Un teatro a portata di mano, dove le scene modulate da un albore sinergico fanno convivere dimensioni descrittive e narrative. É l’arte che non riproduce ciò che è visibile, ma che rende visibile.
Quella vita silente, sceneggiata in una proposizione illusionistica, suggerisce l’idea di vanità delle cose, nel mentre la parte di umano in essi investita e custodita propone interrogativi, motivi e rebus.
Le fotografie di Marino, come già prescritto richiedono una lettura lenta, ri-posata in uno stato di contiguità, dove la prossimità del “foglio” su cui è depositata l’immagine consiste nella riparazione di un isolamento.
Saranno il tempo opaco degli oggetti, la prolungata esposizione alla cosa, il pensiero del singolo oggetto, i nuovi colori “confusi nella mente di chi osserva, l’icona nuda’ che chiama a se i significati, a costruire il perno figurante degli sguardi contenuti in wunderkammer significante.
Danilo Cognigni
Danilo Cognigni è Semiologo dei Linguaggi Figurali.
