Un rullo di nero, circolare, un vibrato di colore, teso nello spazio, uno staccato di punti, con ombre tirate nel vuoto del bianco, rinviano a una composizione-scomposizione musicale trascritta in pittura su un fondo di metallo. Le misure variano, le superfici si alzano verticalmente, si allungano orizzontalmente, si iscrivono in un tondo. Può intervenire uno spessore, un collage di materiali diversi, una frattura di vetri su vetri. Riflessi dolci e acidi. Un buco può essere simulato, un orizzonte intersecarsi con un altro. Di Vinci afferma di accogliere nell’opera variazioni caleidoscopiche, di farsi tramite di stati psicofisici glaciali e sensuali. Sono impressioni che informano sull’opera di un artista non indifferente alla sonorità, non contrario all’ibridazione dei linguaggi, resistente alle definizioni, incline agli slittamenti tra livelli emozionali e livelli percettivi, scatenati in profondità e controllati a distanza. Il terreno è quello delle sinestesie, attivate tuttavia non nelle modalità delle avanguardie, finalizzate allo scandalo, ma nella fluidità delle associazioni possibili e impossibili, scaturite da sintonie come da distonie tra un mondo interiore e un mondo esterno. C’è qualcosa di assordante e insieme una musica siderale nell’aderire dei suoi scenari alle superfici di metalli riflettenti, c’è un frastuono metropolitano imploso in un vortice di silenzi. C’è l’acuto stridore di uno strappo, inevitabile, e l’incanto di un suono di cristalli. Volano negli interspazi della sua immaginazione curiosi animali siderali. C’è anche il lamento di un Occidente postindustriale accordato sull’ascolto di un Oriente dei silenzi. C’è nelle sue composte scomposizioni il risuonare di effetti da piano bar in sale da concerto, di improvvisazioni e di musica scritta. Nel DNA generazionale, mentale ed emozionale di Lino Di Vinci c’è la reiterazione dell’ascolto di The Koeln Concert di Keith Jarrett. La macchina che dipinge dell’uno sembra assimilarsi alla macchina che suona dell’altro: non sono emozioni – afferma Jarrett – è il desiderio feroce di suonare…Bisogna solo raggiungere il nucleo della musica e poi questa suona da sola. Aggredendo o accarezzando i suoi gelidi pannelli metallici, l’artista entra in quella condizione estatica in cui la vigilanza è tesa a lasciar accadere ciò che accade, senza programmarlo. Arriva una nave, un treno parte, stride il computer nella stanza accanto, al di là di un muro un cellulare risuona inutilmente, mentre il rombo sordo di un aereo fa rimbalzare l’immaginario su spiagge lontane. È fondamentale che l’opera di questo artista entri in vibrazione forte con l’ambiente che la circonda. Il conseguimento di questo effetto muove già da una predisposizione mentale dell’autore, da un clima che egli non manca di instaurare nello spazio dove opera, di esprimere nella scelta dei materiali che usa, degli strumenti di scrittura corsiva che utilizza, della segnica vettoriale che traccia, degli spazi che dischiude alla molteplicità degli sguardi e dei punti di vista. Si coglieva una connotazione lirica, un’ascendenza Zen, in passato, nel contrasto tra i bianchi e neri della sua segnaletica criptica. ..(..) Per realizzare ciò che pensa e che sente Lino Di Vinci non cessa di confrontarsi con la sua capacità immaginativa, con quella condizione creativa che risponde alle sue istanze emotive ed estetiche. La sua scrittura tende a creare resistenza alla lettura. Il suo processo di consapevolezza lo sollecita a inseguire una coniugazione tra idea e sensazione, a trascrivere il transito tra una perdita di referente e la ricerca del referente successivo, l’oscillazione tra il prima e il dopo, tra la fisicità e la leggerezza. Nei lavori recenti spazi si aprono all’interno di altri spazi, il vuoto genera figure altre, altri eventi figurali…(..).. Di quali territori intende appropriarsi Lino Di Vinci nel percorso del suo lavoro? Evidentemente di quelli in cui la sua opera si sente liberata da condizioni vincolanti la mobilità immaginativa, la sensibilità percettiva, la capacità seduttiva, ottenendo così di mettere in risonanza i suoi elementi formali e strutturali con la sua destinazione ambientale.
Viana Conti