Arte e Cibo – oggetti, dipinti, design, dai Piceni ai giorni nostri – Catalogo


CATEGORIE ARTISTICHE

Pittura
Scultura
Ceramiche
Maioliche
Oggetti di Design

CURATORI

Enrica Bruni Stronati
Stefano Papetti

SPAZIO ESPOSITIVO

Auditorium di Sant’Agostino Pinacoteca civica Marco Moretti

Arte e Cibo oggetti, dipinti, design, dai Piceni ai giorni nostri.

Il testo critico a corredo della mostra comprende un escursus che inizia da suppellettili di epoca pre-romana, prosegue con una significativa selezione di dipinti con scene di Natura Morta che comprende vari autori dalla fine del ‘500 alla metà del ‘900 e si conclude con importanti esempi dell’oggettistica di Design, realizzati a partire dalla seconda metà del secolo scorso; tutti con una forte valenza nel caratterizzare lo stile e il gusto della nostra epoca. Curata da: Enrica Bruni Stronati Stefano Papetti Auditorium di Sant’Agostino di Civitanova Marche Alta dal 24 Luglio al 2 Novembre 2014. Nel catalogo sono presenti saggi di: Virginio Briatore Enrica Bruni Stronati Nicoletta Frapiccini Stefano Papetti Marcello Verdelli Marisa Vescovo

Ho bisogno di conoscere la storia di un alimento. Devo sapere da dove viene. Devo immaginarmi le mani che hanno coltivato, lavorato e cotto ciò che mangio. (Carlo Petrini) L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio, da una tela di ragno. (Pablo Picasso)

APPROFONDIMENTI

All’inizio erano le bacche, i frutti e le mani. Ma subito dopo fu il design! Senza design non si mangia, non si beve, non si cucina e non si serve, non si coltiva e non si vende. Cibo e design viaggiano a fianco sin dagli albori e si incitano l’uno con l’altro per permettere agli umani di nutrire con il corpo, anche la psiche. Nella post fazione al catalogo del Salone Satellite 2014, Paola Antonelli, Senior Design Curator del MoMA di New York, ci ricorda che: ”Senza i designer, al posto di una città virtuale di homepage con finestre, por- te, icone e collegamenti, Internet sarebbe ancora un’incomprensibile stringa di codice.” È una bellissima immagine, un’istantanea sull’oggi, che ci aiuta a capire il ruolo del design. In un suo scritto del 1962 Ettore Sottsass ci ricordava che senza il design non sarebbero nate le frecce, gli archi, lo scudo di Enea e la cetra di Omero, le armi della guerra e gli strumenti dell’amore. Che il design non è tanto razionalità quanto piuttosto rito e magia. “… Gli strumenti e le cose sono nella vita degli uomini, i mezzi con i quali essi compiono o cercano di compiere il rito della vita e se c’è una ragione per la quale esiste il design, la ragione – l’unica ragione possibile – è che il design riesca a restituire o a dare agli strumenti e alle cose quella carica di sacralità per la quale gli uomini possano uscire dall’automatismo mortale e rientrare nel rito.” Il design è come la musica, un linguaggio attraverso cui le cose entrano in comunicazione con noi, nella loro straordinaria varietà di partizioni, stili, ritmi, melodie. Ma a differenza della musica e della scrittura, il design ci parla in silenzio. Senza parole. Muto. Cucchiai, armadi, tavole da surf e surgelatori parlano poco, e scrivono ancora meno. (Ma i chip che stanno invadendo tutto, presto obbligheranno il congelatore a telefonarci al secondo pisello scaduto!). Da qui forse la difficoltà di capire, di educare, di raccontare, leggere e gioire della incessante cavalcata del design, che accompagna l’essere umano dalle sue origini ad oggi, se inteso come collettivo, e dalla culla alla tomba, se visto come individuo. Fra tutti i rapporti che il design intesse con l’esistenza degli esseri umani, dai mezzi di trasporto all’interfaccia del bancomat, quello con il cibo è con ogni probabilità il più antico, universale e primario. Il cibo è un serbatoio semantico ed ogni biscotto, ogni formaggio, ogni tipo di condimento ci parla di un luogo, di una tradizione, di una cultura. La stessa cosa vale per gli oggetti che da sempre accompagnano la preparazione, la cottura e l’assunzione del cibo. Si inizia con un biberon, si passa ad un cucchiaino, a un bicchiere e con lo scorrere degli anni ci appropriamo della vastissima quantità di strumenti, stoviglie e suppellettili che entrano in rapporto col cibo. La mostra che la Pinacoteca Moretti di Civitanova Marche Alta mette in scena è dedicata ad opere pittoriche rappresentanti nature morte con oggetti e cibo. Ad esse si aggiungono manufatti che percorrono i secoli: cratere attico a figure rosse, fiasca di bronzo, coppette in argento, Hydria, coppa vetro, frammento di sarcofago con un banchetto in bassorilievo, piatti e altri oggetti per la tavola dell’800-’900, sino ai prodotti in plastica contemporanei della Fratelli Guzzini. Attraverso questa raccolta abbiamo la percezione del cammino lungo cui arte, artigianato e nutrimento terrestre si sono senza posa incontrati. In tutto questo percorso e sino al secolo scorso il design primordiale era ovunque e quasi sempre anonimo; dava forma ad ogni piatto, ogni otre, ogni coltello grazie alla capacità e alla sapienza di un vasto numero di artigiani in grado di lavorare la materia con perizia, infondendovi quasi sempre accanto al buono della funzione la magia della bellezza formale o dell’ornato. Semplificando la cavalcata del progetto possiamo dire che il passaggio decisivo da una produzione di tipo artigiano ad una di tipo seriale avviene agli albori della civiltà industriale e spesso si inserisce su realtà produttive preesistenti da secoli, innovandone la capacità tecnica. Limitando l’escursus all’Europa vediamo luoghi divenire sinonimi di manifatture e produzioni su larga scala: vetri di Murano e di Boemia. Ceramiche e porcellane di Caltagirone, Grottaglie, Faenza, Sèvres, Limoges etc. Ed è con la comparsa delle prime macchine e degli strumenti di misura, con il crescere della borghesia e delle sue esigenze, che la produzione industriale muove i primi passi e con esso compare il disegno industriale, da noi poi conosciuto con il boom degli anni Cinquanta e Sessanta. La prima grande ondata produttiva si attiva nel Settecento, e possiamo indicare nella fabbrica dei marchesi Ginori vicino Firenze nel 1735 un punto di inizio. Luigi XV e Madame Pompadour favoriscono la nascita del comparto ceramico, dapprima a Vincenne nel 1740, trasferito poi a Sèvres nel 1756. L’inglese Wedgwood prende corpo nel 1765 e la Reale Fabbrica di Porcellana di Copenaghen nasce nel 1775 per volere della Regina Maria Giulia di Danimarca. Ed è proprio grazie all’imprenditore Josiah Wedgwood che la parola design compare, forse per la prima volta nella storia, secondo il significato che oggi conosciamo. L’artigiano inglese non solo inventò il pirometro, strumento per misurare le alte temperature ma adottò nella sua industria una moderna divisione del lavoro, distinguendo nettamente un reparto design, affidato al designer John Flaxman, delegato alla progettazione delle forme e delle decorazioni dei manufatti, dal reparto produttivo, portato avanti da artigiani divisi in formatori, tornitori, plasmatori, decoratori e addetti alla rifinitura. Nel 1782 la manifattura Etruria da lui fondata divenne la prima fabbrica dotata di un motore a vapore. Da qui in avanti la cavalcata della civiltà industria- le procede spedita e conosce il suo ulteriore salto con l’avvento dell’energia elettrica ed una delle nuove protagoniste sulla scena dell’arte della tavola sarà l’azienda Rosenthal fondata nel 1879 a Selb, in Baviera. Di fatto l’industria porta la forza dell’automazione, del ciclo produttivo seriale, della distribuzione ma sino alla metà del ‘900 buona parte dei prodotti sono ancora realizzati con materiali noti da secoli: metallo, vetro, porcellana. La rivoluzione vera avviene gradualmente con l’irrompere dell’industria chimica che con le ‘early plastic’ del primo Novecento mette a disposizione dei progettisti i primi materiali non presenti in natura, ma ottenuti tramite sintesi. Il più noto è la Bakelite, messa a punto, combinando fenolo (C6H5OH) e formaldeide (HCOH) da Leo Baekeland negli Stati Uniti verso il 1910 e usata a partire dal 1920 in vari settori merceologici, dai primi apparecchi elettrici ai gioielli. Il nylon ( poliammide, PA) viene presentato nel 1939 a New York dalla DuPont, il polietilene (PET) è del 1941 e la scoperta decisiva è opera del nobel Italiano Giulio Natta che brevetta il polipropilene (PP) nel 1954. Con la chimica anche metalli, vetro e porcellana conoscono nuove leghe, combinazioni e implementazioni e negli anni ‘50 prende il via quella che chiamiamo la produzione di massa. La stagione del design italiano coincide con queste trasformazioni e uno dei momenti storici della sua affermazione, non a caso legato al ‘primato’ del cibo, è il concorso Reed&Barton del 1959. In quell’anno la società americana bandisce il concorso Silver design competition in Italy, invitando 10 archi- tetti italiani a progettare una serie di posate da proporre al ricco mercato del Nord America. Le origini del concorso risalgono al 1954 quando la Reed&Barton chiese a Gio Ponti di progettare un servizio di posate che fossero ‘dinamicamente differenti’ da quelle già in produzione. Il successo del servizio Diamond spianò la strada all’allargamento del concorso a cui furono invitati i fratelli Castiglioni, Franco Albini, Roberto Mango, Carlo Mollino, Bruno Munari, Marco Zanuso, Ettore Sottsass jr, Carlo Scarpa col giovane figlio Tobia, il duo Mangiarotti-Morassutti e il trio Corsini-Pozzo-Wiskemann. Questi ultimi si aggiudicheranno il secondo premio, mentre il primo venne assegnato ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni per le posate serie “Secco”, ed il terzo a Carlo Scarpa. Il design italiano in quegli anni conosce la sua grande epopea ed una delle icone conosciute in tutto il mondo, accanto alla Vespa di Corradino Ascanio prodotta da Piaggio e alla Fiat 500 di Dante Giacosa, è senza dubbio la caffettiera Moka che cronologicamente è la prima grande icona del disegno industriale italiano, progettata nel 1933 da Alfonso Bialetti e diventata oggetto di notorietà internazionale a partire dal disegno del celebre Omino coi Baffi, nato nel 1958 dalla penna di Paul Campani e divenuto simbolo grafico del marchio a livello globale. La Moka originale è anche figlia di un territorio da tempo vocato alla lavorazione dei metalli, che è quello di Crusinallo e più in generale di Vercelli, Omegna, Verbania, attività che poi trova un’altra sua concentrazione a Lumezzane, nel bresciano. Per la natura tipica della storia e dell’economia italiana anche le piccole medie imprese, che sono la spina dorsale del sistema design, si distribuiscono a macchia di leopardo dando vita a quei distretti industriali che in qualche modo ricalcano i saperi artigianali preesistenti. Limitando il percorso al panorama italiano e nello specifico al settore in stretta relazione col cibo, sintetizzato dai termini inglesi kitchenware e tableware, non sono molte le aziende già storicizzate ma ancora attive, che si possano definire di design, ovvero design driven e design oriented. Un discorso a parte meriterebbero il design del caldo e il design del freddo, ovvero quelle tecnologie e quelle estetiche per cui siamo passati in un secolo dal focolare e dalla ‘cucina economica’ ai piani di cottura ad induzione e dalle ghiacciaie agli abbattitori rapidi di temperatura, così in voga oggi nella nouvelle cuisine. Tralasciando quindi le grandi industrie di elettrodomestici e le aziende produttrici di cucine, ovvero quei prodotti di scala più grande che pur essendo in relazione al cibo hanno caratteristiche di piccole architetture e di arredi, le aziende che hanno fatto la storia degli oggetti quotidiani non sono molte: Sambonet, Alessi, Zani & Zani, Serafino Zani. Tutte partite dalla lavorazione dell’acciaio a cui vanno ad aggiungersi le due eccellenza dell’argenteria di design: De Vecchi e San Lorenzo. Più difficile individuare protagonisti assoluti nel design del vetro e della ceramica ma è interessante notare come i due antichi territori di Murano e Faenza abbiano saputo mantenere il filo con la tradizione senza rinunciare all’innovazione, restando però in una dimensione di nicchia colta e raffinata. Arduo comunque ancora oggi portare il vino o l’acqua alla bocca in calici e coppe più belli e vivi di quelli che fuoriescono dal soffio dell’isola veneziana! Accanto alle aziende cresciute sulla lavorazione di materiali noti, spicca su tutte una realtà marchigiana che si è sviluppata tramite l’innovazione assoluta portata proprio dall’afflusso di nuove materie plastiche. La Fratelli Guzzini di Recanati è in Italia la musa dei casalinghi in plastica, affinati dalla cultura del design. Già nel 1954, l’azienda di famiglia nata nel 1911 attorno alla lavorazione del corno animale, abilmente trasformato in posate, calzascarpe o tabacchiere, immetteva sul mercato prodotti mai visti. È il caso di cucchiaio e salsiera bicolore, dall’imprinting estetico scandinavo, prodotta proprio quell’anno. La tecnologia del bicolore, brevettata dalla Fratelli Guzzini, in cui lastre in acrilico di diverso colore venivano accoppiate a caldo prima dello stampaggio introdusse una variante di profondità estetica sino ad allora riservata al vetro. Con l’introduzione dei granuli di abs (vedril) iniziò l’era dello stampaggio ad iniezione, che permetteva un’assoluta libertà nella forma e la possibilità di rea- lizzare incavi di profondità maggiore rispetto a quelli realizzati sino ad allora con gli stampi in lastra. Esempio della nuova tecnica sono i contenitori da tavola per sale e pepe in plastica opaca a forma di goccia del 1960. Il resto è storia contemporanea ed è visibile sugli scaffali dei migliori negozi, a partire da un piano della Rinascente di Milano, dedicato al design dei casalinghi. Nell’inquadrare sommariamente il rapporto fra il cibo e il design, oltre agli strumenti con cui lo si prepara e serve, resta da fare un accenno al fenomeno esploso in questo secolo: il cosidetto food design! Di cosa si tratta? In parole semplici possiamo dire che è la forma stessa del cibo prodotta artificialmente dall’uomo. Se l’uovo, l’arancia e la noce sono già perfetto esempio di forma e di ‘packaging’ protettivo del contenuto, da sempre l’essere umano ha cercato di dare forma ed estetica alla trasformazione degli alimenti edibili, siano essi serviti col nome di torta, michetta, soufflè o sushi. Oggi la competizione dell’industria alimentare non può prescindere dalla forma stessa data al cibo: biscotti, cioccolatini, gelati, caramelle, mozzarelline vengono introiettati con tutta la loro forma! Così come non si può prescindere dal packaging senza cui non esisterebbero i Mon Chéri Ferrero nel loro letto dorato, le cialde di caffè A Modo Mio Lavazza nella loro grafica pop e la mitica bevanda americana venduta in una lattina rossa o in una bottiglietta di vetro disegnata da Alexander Samuelson ed Earl R. Dean nel 1915. Chiusura infine con un omaggio a due grandi designer italiani scomparsi di recente. Massimo Morozzi (Firenze 1941, Milano 2014) di cui vogliamo ricordare due prodotti evergreen disegnati per Alessi verso il 1985: il Vapor Set per cuocere a vapore e la pentola Pasta Set, che ha avuto nel mondo oltre cento imitazioni. Luigi Massoni ( Milano 1930, Sicilia Orientale 2013) da cui traiamo un breve testo, dedicato al suo rapporto con la Fratelli Guzzini, iniziato nei primi anni Sessanta, per cui ha disegnato vari oggetti e anche il marchio. “Una delle qualità che mi riconosco è di progettare insieme a chi poi produce; è stato uno degli elementi vincenti perché sensibilizzava tecnici e operai all’amore per la materia, a conoscerla e a sottolinearne le qualità migliori. Le nostre forme si spogliarono di tutto ciò che era superfluo per esaltare la dimensione, la materia, la finitura. Non si trattava più di coprire una superficie di decorazioni, ma di mostrare il materiale per quello che era, esaltandolo attraverso l’uso del colore. Facemmo molte prove di colore: satinando il nero, usando i gialli, i rossi, gli arancioni. Questi colori rendevano più allegra la cucina e la tavola, toglievano il senso di freddo che ci portavamo dietro dagli anni della guerra. Volevamo un momento di festa e questo momento di gioia opportunamente dosato è stato trasferito sugli oggetti.” ( Augusto Morello, Cultura di una regione italiana. Le Marche, i Guzzini e il design; Electa 2002). Cibo e design sono inscindibili. Lo sforzo culturale che gli umani devono fare è quello di riconoscere, capire e scegliere il buon cibo e il buon design. Virginio Briatore

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