Sottili richiami simbolici, riferimenti spirituali, enigmistici, la natura morta, ricca e trionfante, appassita e corrotta, rivela la sua duplicità, da un lato è un inno alla vita, dall’altro manifesta la caducità delle cose terrene, è tormento e delizia insieme. Affascinante, non priva di inquietudine e di mistero, è tutt’altro che oggetto silenzioso, la festa opulenta e la resa illusionistica cattura e coinvolge lo spettatore con la sua inaspettata attualità e vitalità. Gli italiani come gli olandesi, i francesi come gli spagnoli, aggiungono alla natura morta con fiori ortaggi e frutta, note di modernità sorprendenti, testimonianze efficacissime di abitudini e di novità: il tabacco, i libri, le pipe, le scimmiette, i gioielli, i boccali di birra, le conchiglie, le piume e gli animali esotici. Nella letteratura classica, nei trattati di Vitruvio e di Plinio il Vecchio, compaiono espressioni che possiamo considerare antesignane della natura immobile ed è sempre Vitruvio che ci dice che i pittori greci hanno dipinto cesti di frutta e vivande, vasellame, fiori e animali, composizioni di oggetti inanimati per ricordare i doni fatti al padrone di casa. Dall’ellenismo, fino all’esaurirsi della tradizione tardo antica, l’arte classica dimostra attenzione al mondo naturale e a quello delle cose. La capacità di simulare e di imitare la realtà continua dalla pittura fiorentina del XIV secolo, per tutta la lunga stagione del gotico internazionale, con stupende interpretazioni dove quaglie e levrieri, gatti e lucertole occhieggiano tra erbe e fiori. Il desiderio di riprodurre la realtà e la vita quotidiana è così forte da tempestare di dettagli le monumentali strutture classiche, le azioni epiche, le decadenti rovine, gli interni fuori tempo. Il linguaggio delle cose segna una nuova stagione e si affianca a quello degli ambienti chiusi, la società culturale veneziana del Cinquecento si dimostra molto ricettiva nel captare la narrazione della natura e dei particolari presenti nel dipinto. Se il vero laboratorio intellettuale, da cui prende avvio il genere natura morta è da rintracciare nel fertile terreno culturale dei primi decenni del XVI secolo, la piena affermazione della natura morta come genere autonomo è da spostare alle soglie del Seicento. Mentre tramonta il Rinascimento e si affaccia l’alba del Barocco, traboccanti esposizioni di vivande, di floride verdure, di frutti maturi, di primizie succose, di pesci spettacolari e invitanti carni macellate, con strumenti musicali e coppe dipinte, si donano allo spettatore in un felice tripudio di natura, di ricchezza e di abbondanza. (Vincenzo Campi, Jacopo Chimenti, Fede Galizia, Michele Pace, Bartolomeo Bimbi, Giovanna Garzoni, Giovan Battista Recco, Paolo Porpora). Festoni decorativi, forme naturali stupefacenti, rigogliosi trionfi di frutta, sorprendenti ghirlande, più che realisti mazzi di cacciagione, conchiglie rare, tappeti preziosi conquistano lo spazio nelle tele di Maestri insuperabili. (Raffaello Sanzio, Giovanni Antonio Nessoli, Francesco Squarcione, Giuseppe Arcimboldo). Il termine natura morta o vita immobile, per Roberto Longhi oggetti da ferma, per Giorgio De Chirico natura silente, still-life per gli inglesi, stilleben per le lingue germaniche, nel XVIII secolo definisce un genere artistico con un’ampia gamma di temi, ma che si colloca ai margini dell’insegnamento accademico e al di fuori dell’arte classica. A Roma tra Seicento e Settecento il nuovo genere pittorico prende piede, dai palazzi e dalle raccolte principesche la pittura di cose inanimate si impone, godibile e allusiva, amata dalla solida e ricca borghesia che espone anche così il suo benessere e in pochi decenni diventa, in tutti i sui temi e formati, la status symbol dei mercanti, dei nuovi ricchi e della nuova classe dirigente. La canestra di frutta di Michelangelo Merisi è la pietra miliare del genere, capolavoro insuperato quanto celebre e controverso. E’ romana e caravaggesca l’origine della natura morta genere autonomo, nato e affermato in un contesto ambientale particolare, continuamente arricchito dagli artisti che da tutta Europa vanno nella città eterna per confrontarsi ai massimi livelli di creatività e trovano a Roma, la culla della natura morta, un punto di incontro tanto vitale quanto lo sarà Parigi tra Ottocento e Novecento. (Rubens, Velazquez, Van Dick, Giovanni Paolo Castelli, Felice Boselli, Andrea Belvedere, Giovanni Maria Crespi, Giacomo Ceruti, Tommaso Salini). Il fiore, nella natura silente, è uno dei soggetti più rappresentati: tulipani bianchi, iris gialli, ciclamini striati, rose carnose, peonie vibranti, gigli regali, varietà rare e costose nella stessa composizione, fioriture impossibili da avere contemporaneamente, associano alla loro perfezione la caducità della vita, l’effimera bellezza delle cose terrene, il passare inesorabile del tempo, la morte. Il fiore, legato al rinnovarsi della vita, è simbolo del Paradiso terrestre, della purezza della Madonna il giglio bianco, l’iris del suo dolore, l’asfodelio è il fiore del lutto, la rosa, associata al mito di Adone e Afrodite, simbolo di grazia e passione. I bouquet degli artisti sono ricchi e vari e i Florilegi, molto diffusi fin dal Cinquecento, preziosissimi perché non è possibile creare composizioni con specie di diversi tempi di fioritura. La natura morta è quindi un patrimonio iconografico di altissimo livello tecnico e descrittivo a volte superiore ai trattati di botanica, i trionfi di fiori creati per decorare sono studi naturalistici attenti e precisi, un eterno Giardino delle Esperidi, simbolo dell’Età dell’Oro, simbolo dell’eterna primavera tragicamente e irrimediabilmente perduta. La cura scientifica che caratterizza la vita inanimata alle soglie dell’Ottocento lascia il posto al fascino dell’oggetto, così tocchi lievi, accostamenti di colore, pennellate gialle, bianche, rosa, fanno un’esplosione di colore e di cromie, un’impressione vibrante, una magia, un sentimento fuggevole, è la rivincita delle cose, è l’esaltazione della forza della natura, dei bagliori di luce che giocano sulla materia. La vita immobile, considerata con sufficienza perché concentrata sulla cosa, contrapposta all’arte vera perché ha per soggetto la vita, la storia, il divino, si radica e conquista un successo impensato che sfonda nell’arte e nel gusto superando il tempo, le mode e le divisioni di genere. Su questo tema, a fine Ottocento, i particolari non ci sono più, solo i toni e gli accoppiamenti di tinta fanno sentire che quello spazio dipinto è occupato da oggetti e da fiori e tra i fiori una mosca, simbolo di Baalzebub, una scimmia che ricorda il diavolo e l’ottusità dell’uomo, la chiocciola che evoca la pazienza e la prudenza, una libellula simbolo della costante trasformazione del mondo e una farfalla allegoria di salvezza, conchiglie, delicati gusci vuoti, sinonimo della fertilità femminile che ammoniscono sulla fragilità dell’esistenza e su quanto le cose desiderate siano di per se belle, ma senza sostanza. La natura morta con frutta vuole, come per i fiori, mostrare una grande varietà di prodotti, disposte in un cesto o sulla tovaglia, uva, pere, meloni, pesche, mele, melangoli, limoni,
melagrane, fichi, ciliegie di struggente realismo, drammatiche nelle loro parti bacate e marcescenti, devono con acume botanico far pensare ai tesori della terra alludendo le mele al Paradiso e al peccato originale, l’uva e la ciliegia al sangue versato da Gesù per la redenzione degli uomini, la melagrana all’onestà e per i suoi tanti semi alla fecondità, alla carità e all’unione dei fratelli in Cristo, il fico vellutato emblema della forza e della conoscenza, del piacere e del sesso, la pera dedicata ad Afrodite per la sua forma è l’allegoria della dolcezza per la polpa zuccherina, spesso associata alla Madonna e a Gesù, simbolo del bene, le arance, i pomi d’oro creati dalla Terra per festeggiare le nozze di Zeus e Hera e il melangolo profumato simbolo delle pene amorose, il limone considerato un efficace rimedio contro il veleno, emblema di Maria Vergine e della salvezza divina perché cresce sotto il sole diretto. Al rigore scientifico e simbolico non sfuggono le pesche, in oriente metafora dell’immortalità e della giovinezza, in occidente della Trinità perché formate da tre parti: il frutto, il seme chiuso nell’osso e il nocciolo. La magnificenza di Dio e la bellezza della natura sono celebrate anche nelle cose più discrete e modeste pervase da una preziosa atmosfera mistica che invita a meditare su i meloni compatti, la semplice zucca, i teneri asparagi, i carciofi legato alla ninfa Cynara e simbolo di gelosia. I prodotti della terra sono contrapposti alla cacciagione, ai colombacci, alle anatre e ai germani, al cibo da ricchi sinonimo di agiatezza. Due mondi discordanti contrapposti ricordano l’inutilità del lusso e dello sfarzo messo di fianco all’umile e preziosa noce eretta, per il guscio duro e il mallo delizioso, a simbolo della solidità dell’unione coniugale, al cetriolo legato alla resurrezione di Cristo, al dolce melone per i suoi molteplici semi richiamo di fecondità, oggetti e frutti regolati per tipo avvicinati ad oggetti semplici danno un’ammaliante resa tattile di una dimensione quotidiana, umile ed elegante insieme. Il vasto repertorio delle cose inanimate, che include ogni manufatto umano e qualunque forma naturale combinate illimitatamente tra loro, sono selezionate dal pittore, unite con sottili e sofisticate allegorie. La vita si dimentica nella pace della campagna e del mare, i germani reali, le oche, i fagiani e tutti gli uccelli mediatori tra il mondo fisico e quello spirituale, le lepri sospettose e miti, le parsimoniose triglie, i polipi che per i greci erano il male, le ostriche associate alla donna e alla luna, sono prede ambite e protagoniste di scene impressionanti, un’accozzaglia di animali e capricci che raccontano e raffigurano il cosmo, la natura e i suoi elementi, ma anche la crudeltà umana, lo stato sociale del committente, i privilegi, sono un avvertimento morale, una denuncia velata di compassione per quelle creature che ci invitano a non considerare solo i beni materiali, ma guardare oltre l’effimero. (Giuseppe Arcimboldi, Vincenzo Campi, Cristoforo Munari, Felice Boselli, Giacomo Maria Crespi, Andrea Benedetti, Bartolomeo Bimbi, Paolo Castelli, Cristoforo Munari). I temi della rappresentazione comprendono anche tutto ciò che desta stupore e desiderio: perle, conchiglie, coralli, coppe intarsiate, monete, libri rari, una natura silente che mostra e dimostra il principio della vanitas, del memento mori ed ecco che altre allegorie svelano i vizi eterni dell’uomo, i cristalli alludono alla fragilità delle bellezze materiali, alla malinconia e gli errori, il violino e il liuto confermano lo spirito religioso che si rifà a sant’Agostino che nel trattato De Musica sostiene che le tonalità musicali si riferiscono a Dio creatore di tutte le cose, all’armonia celeste, al sollievo che la musica porta nell’animo. Vizi e piaceri espressi con simboli evocatori di intensa e soggiogante fascinazione, sensorialità e conoscenza speculativa, con virtuosismo ottico, schema compositivo semplice e perizia luminosa e materica, la natura morta nel tempo è sempre originale, eloquente e varia, densa di contenuti e di destrezza pittorica, di calibrati accostamenti di colore e di oggetti, di riflessi spirituali. La vitalità del genere attraversa tutte le tipologie e assimila molte tendenze europee, lo stile natura morta è senza tempo, il suo fascino è assoluto, virtuosistico, delicato e robusto insieme e lungo il cammino dei secoli perde quel tocco di funereo che è nel nome, per mantenere un sottofondo di malinconia anche quando la poetica impressionista dell’istante svaluta l’oggetto ed esalta la luce. Parigi nell’Ottocento è punto di riferimento per la pittura, la moda dei movimenti artistici fondati su precisi programmi sposta l’asse della novità facendo dell’accademia l’emblema della conservazione contrapposta all’avanguardia, alla libertà, al cambiamento. Vasi di fiori in interni borghesi, porcellane cinesi, tranci di carne o di pesce su tovaglie drappeggiate, ampolle di vetro traslucido, calici di vino, suggeriscono sensibili impressioni di delicata poesia, atmosfere e sensazioni che vibrano di colore per i rapidi, pastosi tocchi di pennello che traducono la traccia visiva con la progressiva perdita di contorno. Sfumano e si animano di nuova vita i pezzi di pane che sottendono al corpo di Cristo e alla vita eterna, il formaggio cibo del digiuno e di Quaresima, gli anemoni, fiore di Afrodite, che spuntano ai piedi della croce nati dalle gocce del sangue di Gesù, le tovaglie rosse in ricordo della sua passione, i pesci richiamo alla fertilità per il gran numero di uova che producono, ma anche simbolo dell’essenza spirituale. Immagini di semplicità tutt’altro che convenzionale, per un verso pungente, realizzate con tecnica magistrale nella padronanza delle forme e delle ombre, si contrappongono allo sfarzo, all’abbondanza dei fiori, dei frutti canditi, dello zucchero riferito alla dolcezza divina e all’amore carnale, alle ostriche simbolo di voluttà, al prezioso corallo da sempre considerato un amuleto contro il Demonio. L’abbandono, nell’Ottocento, del simbolo e dell’opulenza delle cose consente maggiore libertà. Gli oggetti da ferma rappresentano ora il mondo interiore e il genio dell’artista, la sua speciale relazione con la vita e sono un potente veicolo di trasmissione di contenuti umani, politici e sociali. Fiori, frutta, piatti, sedie rispondono alle esigenze luministiche e atmosferiche, sono immagini liquefatte nella luce che vincolano l’uomo alle cose terrene e l’uomo cerca di organizzare una realtà particolare con lo scopo di carpire lo spirito che è in ogni forma alla quale viene attribuito anche un carattere etico oltre che simbolico, pittorico, ottico e cromatico (Francisco Goya, Eugène Delacroix, Eduard Manet, Claude Monet, Pierre Auguste Renoir). Senza cedimenti, con tutto il suo bagaglio di sensazioni e di verità, la natura silente ritrova, alla fine del XIX secolo, la solidità pittorica, la prospettiva e compatta svela il mistero che è in lei all’artista che traduce la sua intuizione poetica e ce la mostra in tutta la gamma di sensazioni. Il suo sguardo interpreta le petunie nei vasi sbeccati, i biscotti sminuzzati nel piatto, la frutta nell’alzatina di ceramica bianca, la brocca di coccio e allora non solo gli oggetti, ma anche i colori traducono un messaggio di verità recondita e si riflettono gli uni su gli altri, si valorizzano e prendono forza gli uni dagli altri. Significati simbolici e allegorici sono materia di contemplazione, sono immagini di una cultura e di un’epoca, oggetti e presenze come contenitori di emozioni e di solitudini, un concentrato di storie che rimandano all’uomo, alla drammaticità e alle gioie della vita. La mela vive di vita propria ritratta come un viso, i canestri di frutta, i tavoli di legno, le sedie impagliate, gli ortaggi ancora sporchi di terra, i fiori di campo, il catino di rame, omaggiano il quotidiano, le candele ricordano la precarietà della vita, il libro di preghiere il dialogo tra uomo e Dio. Oggetti autobiografici che evocano la vita di chi li possiede, che hanno in se stessi il mistero del mondo a cui appartengono e che raccontano una storia personale, intensa, originale. (Paul Cèzanne, Vincent van Gogh, Henri Matisse). La vita immobile, carica di significati psicologici, non ripropone più una porzione di realtà simile al vero, è in autonomia pronta ad essere investigata, le cose come le atmosfere domestiche sono metafore dell’esistenza e assumono valenze particolari pur richiamando i maestri e i capolavori del passato. Il vissuto contemporaneo con rigore, sobrietà, precisione, viene interpretato e trasmette la magia del silenzio, premessa necessaria per comprendere il messaggio delle opere. La pittura è sospesa, atemporale e il repertorio di oggetti: frutta, fiori recisi, conchiglie, vanitas, animali, vino, pani, brocche concilia simultaneamente il presente con il passato, ricrea le delicate magie, gli umori, i profumi, l’incantesimo tonale, il piacere del dettaglio, il fascino della forma, la seduzione dell’analisi psicologica e la malia ambigua del simbolo che svela il privato. (Henri Matisse, Pablo Picasso, George Braque, Giorgio De Chirico, Umberto Boccioni, Giorgio Morandi, Carlo Carrà). L’arabesco senza tempo della vita immobile supera indenne rivoluzioni epocali e penetra l’arte fino ai giorni nostri, recuperando ed esorcizzando, tra tradizione e avanguardia, l’emblema della consunzione, l’inquietudine intellettuale, la fragilità emotiva, la complessità sottesa della vita e si dimostra consapevole scelta espressiva, veicolo e comunicazione dell’interiorità, specchio della profondità di un’anima.
Dott.ssa Enrica Bruni Stronati, Direttrice della Pinacoteca civica Marco Moretti